Emozioni, corpo e sopravvivenza: quanto sono legati?

Dott.ssa Marta Tangari

Nel primo articolo dedicato alle emozioni abbiamo parlato della ‘meccanica’ del nostro sistema nervoso autonomo e di come i cambiamenti di situazione possano scatenare stati d’animo diversi: calma, attacco/fuga fino allo ‘spegnimento del sistema’.
Inoltre abbiamo visto quanto le emozioni siano il nostro motore, quelle che ci spingono a fare qualcosa, ad agire in un modo che serve a preservare noi e la nostra specie.

Ma che relazioni ci sono tra le emozioni e il nostro corpo?

Antonio Damasio, preside del dipartimento di psicologia di Harvard parte dal domandarsi : come è possibile sentire l’emozione? E come facciamo a essere consapevoli che essa avviene all’interno del nostro organismo e quindi ci riguarda direttamente?

Inizia quindi col chiarire la relazione tra gli stati del corpo e le nostre emozioni.

In particolare egli si riferisce alle emozioni di fondo (ovvero le sensazioni di fatica, energia, eccitazione, benessere, tensione, rilassamento, stabilità, equilibrio, squilibrio e armonia).

Queste si differenziano da quelle primarie o acquisite (come felicità, rabbia, sorpresa, interesse, tristezza, paura o disgusto) in quanto nascono da processi fisiologici in corso, dallo stato dei visceri o dalle interazioni dell’organismo con l’ambiente.

Si potrebbe dire che  indichino la “temperatura” interna temporanea dell’organismo. Il risultato di tutti questi feedback corporei è come il nostro organismo sta, quello che sente nel suo insieme. Questo ‘stare’ o ‘essere’ del nostro corpo è sempre presente, in background, senza che lo notiamo finché non vi dirigiamo l’attenzione.

Come iniziamo a creare le emozioni di fondo?

Dopo la nascita, le sensazioni fisiche definiscono il rapporto con noi stessi e con ciò che ci circonda: si comincia con la percezione di essere bagnati, la fame, la sazietà, la sonnolenza. Il sistema delle sensazioni fisiche ci dà dei feedback sul ‘come stiamo’ momento per momento.

Le emozioni di fondo possono essere influenzate da ciò che accade intorno (l’incontro con qualcuno che conosciamo, un brano musicale, un cambiamento di temperatura) che sposta il focus della nostra attenzione e plasma i nostri pensieri ed azioni.

Per fare un esempio: realizzare di avere freddo ci obbliga ad indossare un maglione, sentirci affamati o intontiti ci dice che il livello di zuccheri nel sangue è basso, suggerendoci di mangiare qualcosa, la pressione della vescica ci spinge ad andare in bagno.
Tutte le strutture cerebrali che registrano le emozioni di fondo sono collocate vicino alle aree che controllano le funzioni di gestione di base: respiro, appetito, controllo sfinterico, ritmo del sonno/veglia.

Le emozioni di fondo sono create dal nostro organismo e allo stesso tempo lo supportano nella conservazione della vita, consentendo la percezione dello stato interno del corpo e permettendogli di aggiustare eventuali squilibri, rimanendo più o meno costante nonostante le variazioni ambientali.

Nelle persone che hanno subito dei traumi, questo forte legame emozioni/corpo è estremamente evidente: quando capita la riesposizione ad un evento del passato, connotato emotivamente,  questa comporta un effettivo rivivere le stesse sensazioni viscerali provate durante l’evento originario.

D’altra parte nel linguaggio comune, espressioni come “mi fai accapponare la pelle” o “avevo un nodo alla gola” “ ho avuto un colpo al cuore”mi fa rizzare i capelli in testa” descrivono chiaramente che noi percepiamo le emozioni in modo molto fisico.

L’importanza della coscienza di sé

Le emozioni sono perciò strettamente collegate alla gestione dei bisogni primari, che influenzano il funzionamento degli organi.

Ma a questo punto sorge una necessità chiave per il benessere: quella di esserne consapevoli.

Infatti solo attraverso il senso di sé e l’attenzione al sé l’individuo può conoscere i sentimenti che prova e le emozioni sottostanti. La coscienza permette all’organismo di venire guidato dalla mente e strutturato per assicurarne la sopravvivenza.

Sembrerebbe semplice, ma non è sempre così naturale….perchè?

Il problema è che non sempre sappiamo ascoltarci.

Talvolta usiamo una parte della mente come schermo per impedire ad un’altra sua parte di sentire quello che accade altrove. Paradossalmente, tra le cose che la mente nasconde in modo molto efficace c’è proprio il nostro corpo (e con ciò intendo gli stati interni del corpo e il ‘come sta’, ‘come si sente’).

Questo schermo può lavorare a nostro favore, permettendoci di fronteggiare problemi pressanti del mondo esterno, ma anche tende ad impedirci di cogliere quali possano essere l’origine e la natura di ciò che chiamiamo sè.

Combattere questa ‘ignoranza’ è importante, perché maggiore è la consapevolezza di vissuti sensoriali sottili provenienti dal nostro corpo, maggiore sarà la capacità di controllare la nostra vita.

Sapere cosa sentiamo è il primo passo per capire PERCHE’ ci sentiamo in quel modo.

Se siamo consapevoli dei continui cambiamenti del mondo interno e di quello esterno, possiamo affrontarli, gestirli…ma non riusciremo a farlo finché la nostra mente non impara ad osservare ciò che accade all’interno.

Se si ha una buona connessione con le sensazioni interne, se ci si può fidare del fatto che ci diano informazioni accurate, si potrà sentire di padroneggiare il proprio corpo, i propri sentimenti e noi stessi.

Il prezzo dell’ignorare o distorcere i messaggi provenienti dal corpo è quello di perdere la capacità di valutare ciò che è veramente pericoloso o dannoso per noi e ciò che è sicuro e nutriente.

La regolazione del sé dipende dall’avere una buona relazione con il proprio corpo, senza la quale si deve per forza fare affidamento su una regolazione esterna che va dai farmaci alle droghe all’alcol, alla necessità di rassicurazione costante.

Da qui derivano i cosiddetti sintomi somatici, che si manifestano in assenza di cause fisiche conosciute: dolori cronici alla schiena e al collo, fibromialgia, emicrania, problemi digestivi, sindrome da colon irritabile, sindrome da affaticamento cronico e varie forme di asma.

Per capire quanto sia importante l’autoconsapevolezza, prendiamo l’esempio di pazienti con trauma della fase precoce dello sviluppo.

Essi non registrano quasi nessuna attivazione delle aree cerebrali deputate al senso di sé: per far fronte alla paura, che persiste anche per molto tempo dopo l’evento traumatico, questi pazienti imparano a spegnere aree del cervello che trasmettono le sensazioni e le emozioni che accompagnano e definiscono il terrore. Ma nella vita di tutti i giorni, quelle stesse aree sono responsabili della registrazione  dell’intera gamma delle emozioni e sensazioni che danno sostanza all’autoconsapevolezza, al senso di chi siamo.

Per cui, i pazienti traumatizzati, non potendo capire e definire quale sia la propria volontà o ciò che le sensazioni corporee dicono loro, come possono prendere delle decisioni o compiere azioni? Come possono distinguere ciò che è dannoso da ciò che non lo è?

Insomma, non si può fare ciò che si vuole se non si sa cosa si sta facendo.

Per sentirsi presenti bisogna sapere dove si è ed essere consapevoli di ciò che ci sta accadendo. Bisogna riattivare il sistema del senso di sé.

Nuovi approcci…

Quando non pensiamo a niente si presta attenzione a noi stessi. Infatti questo stato di stasi o pausa, attiva le aree del cervello che contribuiscono alla creazione del senso di sé.

E’ facile capire quindi perché,  negli approcci terapeutici antichi e non farmacologici a lungo praticati al di fuori della medicina occidentale, il punto più importante sia proprio quello di raggiungere questo stato di ‘vuoto’ mentale.

Varie sono le pratiche: esercizi di respirazione, arti marziali come il Qigong, la meditazione, i canti e le percussioni. Tutti questi sistemi si basano sui ritmi interpersonali, sulla consapevolezza viscerale, sulla comunicazione vocale e facciale che aiuta le persone a modificare gli stati di attacco e fuga, a riorganizzare la loro percezione del pericolo e ad aumentare la capacità di gestire le relazioni.

Da questo legame, emozioni/corpo, dove la memoria del trauma è codificata nelle viscere, nelle emozioni sconvolgenti, nei disturbi autoimmuni e nei problemi muscolo scheletrici e dove la regolazione emotiva può attuarsi solo con una comunicazione tra viscere/cervello/mente, si trae la necessità di un radicale mutamento nel modo di concepire la terapia occidentale. Potremmo sintetizzare con un: curare il corpo per curare lo spirito e viceversa.

Per darci un ulteriore spunto, nel prossimo articolo parleremo di Medicina Cinese (alla fine ci siamo arrivati!) e di come, emozioni, corpo e psiche vi siano trattati con un approccio meno frammentario e più unificato dell’organismo umano.

Bibliografia

Il corpo accusa il colpo – Bressel Van der Kolk

L’educazione emotiva – Alberto Pellai

Emozione e Coscienza – Antonio R.Damasio

4 pensieri su “Emozioni, corpo e sopravvivenza: quanto sono legati?

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