Dolore: una questione di genere?

Sfogliando l’Internazionale n.1372 del 21 Agosto 2020 ci siamo imbattuti in un articolo estremamente interessante che ci ha fatto riflettere.

Tratta del dolore e della sua percezione, sottolineando come esista una differenza di “ricezione” medica se ci si riferisca ad un paziente uomo o ad una paziente donna.

La frase che colpisce è la lapidaria affermazione della scrittrice Elizabeth Barnes :

E’ più probabile che la sofferenza di una donna sia minimizzata e non curata in modo adeguato. Soprattutto quando si tratta di donne non bianche, il cui dolore viene curato meno di quello delle bianche.

E ancora:

Inoltre è molto più probabile che i disturbi fisici delle donne siano considerati di natura psichiatrica, spesso ricondotti alla depressione.

Certe affermazioni destabilizzano, ma poi, andando avanti nella lettura, si capisce come i pregiudizi trattati dalla Barnes, siano i nostri e non ce n’eravamo accorti. Non solo gli uomini dunque, ma anche le donne stesse tendono a credere all’innata emotività femminile, che sarebbe meravigliosa in sè, ma non in una società che basa tutto sul razionale.

Quindi, di conseguenza, la donna diventa inaffidabile in quanto irrazionale e diviene vittima del “deficit di credibilità“, così come lo definisce la filosofa Miranda Fricker della City university di New York.

Fino a qui si potrebbe pensare che la signora Barnes, presa dall’emotività, si sia scagliata incondizionatamente su presupposte persecuzioni del genere femminino. Ed è questo il momento in cui si passa agli studi scientifici che, in quanto razionali, presentano una maggiore credibilità sociale.

Si cita infatti uno studio dove due ipotetiche cartelle cliniche di un uomo e una donna, con gli stessi sintomi, sono state esaminate da vari medici. L’unica discriminante era l’aggiunta della parola “stress” nella cartella della donna.

Risultato?

All’uomo la maggioranza ha diagnosticato un attacco cardiaco, consigliando l’intervento di un cardiologo con una percentuale dell’81%. Nel caso della donna solo il 17 % le aveva diagnosticato un attacco cardiaco e solo un 30% consigliava l’intervento di un cardiologo.

Sembra proprio che, nel caso delle donne, appena si accenni a un fattore psicologico emotivo (lo stress nel caso sopracitato), la percezione del dolore del paziente cambi immediatamente.

Un altro esempio emblematico è lo studio che venne fatto negli anni settanta sul dolore legato al parto.

Era vero o era causato dalla mente femminile isterica?

In quegli anni si era molto a favore del parto naturale e, pur ammettendo che la donna provasse un dolore reale durante il travaglio, tuttavia si riteneva che l’intensità fosse dovuta a cause mentali e di stabilità emotiva.

Assicuravano alle donne che, se fossero rimaste calme, non ci sarebbe stata quasi nessuna sofferenza, anzi il parto sarebbe stato un’esperienza piacevole.

Il fatto che si insistesse sulla necessità di parto naturale e non altrettanto sull’espulsione naturale dei calcoli renali maschili (e che non vi fosse l’approccio del tipo “Lei sente male perchè ha un rapporto teso con la sua signora“) la dice lunga.

Certo, statisticamente le donne soffrono più degli uomini di ansia e depressione ma…ciò non si potrebbe forse anche spiegare con una corretta analisi dei fattori socioeconomici in cui esse vivono piuttosto che dedurre per direttissima che le donne siano inclini a questi disturbi “per natura”?

Con questo non si vuole certo dire che nel dolore non vi sia anche una componente emotiva. Lo abbiamo anche sottolineato in una serie di post ( https://propulsionesalute.com/2020/04/05/quanto-possono-influire-le-emozioni-sulla-nostra-salute/ e https://propulsionesalute.com/2020/04/16/emozioni-corpo-e-sopravvivenza-quanto-sono-legati/ ) e le neuroscienze si muovono sempre di più in quella direzione.

Ma questo è valido per entrambi i sessi. Quindi perchè analizzare l’influenza della componente emotiva nella buona riuscita delle terapie per il cancro al seno e non fare lo stesso anche per il cancro ai testicoli o al fegato?

La società sembra preoccuparsi molto di più del ruolo delle emozioni quando si tratta della salute e del dolore delle donne.

Ad oggi non si sa quale differenza vi sia tra dolore “psicogeno” e dolore “fisico”, ma ciò non significa che sia inutile distinguere se la causa primaria sia una patologia fisica o una sofferenza psicologica. Ed ecco che nel secondo caso scoviamo l’ennesimo pregiudizio: che tutto ciò che è psicologico sembra meno grave, meno reale e meno degno di attenzione.

Da qui il cane che si morde la coda: se le patologie psicologiche sono meno considerate e se il dolore che una donna prova è tutta una cosa psicologica, allora il dolore femminile è meno degno di considerazione. Scatta così la diversa percezione del dolore a seconda del genere di appartenenza del paziente.

Stereotipi che sono duri a morire perchè estremamente radicati.

Ma iniziare a parlarne e riconoscerli in quanto tali è il primo passo per poterli superare.

Per leggere l’articolo originale clicca qui sotto!

2 pensieri su “Dolore: una questione di genere?

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