Donne in Medicina: un percorso accidentato…

Per molto tempo si è creduto che, fino a metà Ottocento quando si laureò in Medicina Elisabeth Garrett Anderson, le uniche attività permesse ufficialmente alle donne fossero quelle della levatrice e l’infermiera.

Un’interessante approfondimento sulle donne medico nel salernitano getta invece luce su una verità differente.

Origini della medicina “al femminile”…

Già è noto che, sia nel mondo greco che in quello latino, le donne medico fossero conosciute e rispettate : Galeno ne nomina più d’una citandone i rimedi, tra cui una delle più famose sembra essere tale Cleopatra (non la regina d’Egitto), autrice di un trattato di ginecologia che includeva anche una parte sulla cosmesi. Le opere originali di queste donne non ci sono mai arrivate, se non quella di una certa Metrodora del VI sec d.C. sulle malattie delle donne.

Nella lingua latina poi, è interessante vedere come sia in Marziale, che in Apuleio che nelle epigrafi tombali, spunti la parola Medica : ovvero fino al XV secolo inoltrato sia in latino che in volgare, la parola medico (ad oggi tutta maschile) era declinata anche al femminile.
Ma anche nel mondo cristiano, tra i Santi dei primi secoli (nello specifico tra quelli che si diceva avessero esercitato la professione di medico), troviamo due donne: santa Teodosia, madre di San Procopio martire e santa Nicerata che si diceva avesse guarito san Giovanni Crisostomo da una grave malattia.


Bisogna inoltre ricordare che, durante il cristianesimo si sviluppa il fenomeno del monachesimo, con le cosidette ‘Madri del Deserto’, fino a Scolastica, sorella di san Benedetto, che nel VI secolo fonda il monastero femminile di Piumarola.

E nei monasteri succedevano due cose: la trascrizione di testi antichi (molti testi medici dell’antichità) e l’obbligo, dato dalla regola benedettina, di fornire assistenza ai pellegrini e ai malati.

Da cui bisogna supporre l’esistenza di una conoscenza della medicina da parte dei monaci e delle monache , come testimoniano molti erbari e testi medici di provenienza monastica che presentano variazioni a seconda della collocazione geografica , con aggiunte e ‘aggiornamenti’ fatti da parte del medico che li usava.

I monasteri femminili erano estremamente potenti soprattutto nella Germania dei secoli X, XI e XII. Questi luoghi avevano moneta propria, un esercito proprio e un loro rappresentante al consiglio imperiale. Le badesse erano donne provenienti da potenti casate, spesso dalla stessa famiglia imperiale e all’interno dei monasteri si studiavano letteratura,diritto e teologia.

Famoso è l’esempio di Santa Ildegarda di Bingen, badessa tedesca del XII secolo. Ella scrisse due opere di argomento medico, in cui viene data molta importanza all’uomo nella sua interezza.

Nella fattispecie, si parla di interezza tra la sfera fisica e la sfera psichica dell’uomo, ma anche tra l’uomo e il creato. Lo dimostra chiaramente una miniatura tratta dal Liber Divinorum Operum, che ricorda un po’ l’uomo vitruviano di Leonardo.

Per Ildegarda, fondamentale è il ruolo dell’energia vitale, da lei definita virditas (‘ciò che è verde’) che si trova tanto nell’uomo quanto nell’universo (e si…ci ricorda un po’ il concetto di Qi della medicina tradizionale cinese!)

Questa energia si trova tanto nello stato di seme in inverno quanto in quello di fiore in primavera, nello stato di salute come nello stato di malattia; di conseguenza, all’interno della ‘cura’ troviamo consigli su: un’alimentazione che giovi tanto al fisico quanto alla psiche, un’igiene adeguata e uno stile di vita che eviti gli eccessi. Tutte accortezze che serviranno a trasformare il seme in fiore.

Questa concezione era condivisa anche da Trotula, figura femminile legata alla Scuola Medica Salernitana, per la quale la cura della malattia non è la cura del ‘pezzo malato’, ma dell’uomo nella sua interezza: corpo e mente.

Le donne nelle Università


Dagli scritti che sono stati ritrovati, si evince che queste mediche esistessero ancora nel Seicento e che fossero anche magistrae, ovvero insegnassero all’università . Un esempio è la figura di Costanza Calenda, figlia di Salvatore Calenda, priore del Collegio Medico di Salerno e poi di quello di Napoli, nonché medico personale della regina Giovanna II di Durazzo. Ella si sarebbe laureata in medicina e avrebbe insegnato all’Università di Napoli.

Ma tra il XIII e XIV sec, troviamo professoresse anche nell’Università di Bologna! Un esempio è Dorotea Bocchi che nel 1390 avrebbe ereditato dal padre la cattedra di medicina e filosofia naturale e l’avrebbe mantenuta per 40 anni, con tanto di stipendio di ben 100 lire.

Si comincia ad intravedere come il discorso del contributo femminile alla cultura e, nello specifico, alla medicina occidentale, sia piuttosto ampio: fin dai testi del XII e XIII secolo la donna è quella a cui spetta la cura dei feriti e dei malati …e non solo tra le mura domestiche!

Infatti una certa Magistre Hersende physica accompagnò il re di Francia San Luigi IX in occasione della settima crociata, con un salario di 12 denari parigini al giorno. Anche nella Repubblica di Genova si sa di due mediche, Teodora Chichizola e una medica di Rapallo che venivano lautamente ricompensate dai dogi con esenzioni e salvacondotti.

Di queste medicae se ne trovano in tutta Europa: l’Archivio Angioino di Napoli contiene 24 licenze d’ esercizio rilasciate a donne tra la fine del XIII e il XV secolo; a Francoforte troviamo 15 mediche tra il 1387 e il 1497, molte delle quali specializzate in oculistica; altre 6 le ritroviamo nel XIV secolo a Venezia.

Esse sono donne che hanno studiato nei conventi o hanno imparato il mestiere in casa (perchè parenti di medici) o hanno seguito un apprendistato presso un medico.

Anche nel sistema ospedaliero bizantino era previsto un reparto femminile che faceva capo ad una medica (con un proprio stipendio) oltre alla presenza di infermiere.

L’esclusione delle donne dalla cultura e dalla medicina

La parabola discendente per le donne, sia nella medicina che nella cultura in generale, parte dall’inizio del XIV . Le cause si possono delineare in tre elementi collegati tra loro:

1) L’Università: fin dall’inizio è un mondo esclusivamente maschile, perché nata direttamente dalle scuole cattedrali destinate al clero secolare. Dunque non ci stupirà che a disprezzare le mulieres salernitanae come praticone che facciano ricorso a formule magiche e amuleti, sia l’universitario Arnaldo da Villanova.

2) Il diritto romano: diritto maschile, monarchico dei pater familias (una delle facoltà più importanti è quella di Diritto civile e canonico).

3) La borghesia mercantile: ad avvalersi dell’insegnamento delle Università è soprattutto quella ‘aristocrazia del denaro’ che acquisisce sempre più peso sia nei Comuni italiani sia nelle corti dei nascenti Stati nazionali.

A poco a poco quindi, l’Università concentra in sé tutto il sapere e le donne ne sono automaticamente escluse.

E si comincia proprio con la medicina: in Francia, una quindicina di donne vennero trascinate in tribunale dall’Università di Parigi all’inizio del XIV secolo perché questa istituzione era riuscita ad ottenere che solo chi avesse conseguito il diploma universitario (cosa impossibile per le donne) potesse essere autorizzato ad esercitare la medicina.

Solo le chirurghe potevano esercitare legalmente, perché inferiori rispetto ai medici (a condizione che avessero superato un esame davanti ai docenti dell’Università). Col tempo anch’esse vennero declassate e poste come ultima categoria tra gli operatori del settore medico.

In Italia la linea dell’Università di Parigi verrà applicata solo alla fine del Quattrocento: un editto di papa Sisto IV (1476) vieterà di toccare un corpo umano a chiunque non abbia la laurea in medicina o la licenza di esercizio, e specifica ‘uomo o donna.


Da ora, per tre secoli, la medicina sarà quasi interamente al maschile.

Bibliografia

Salternum – Semestrale di informazione storica, culturale e archeologica

Anno XX, N. 36-37, Gennaio-Dicembre 2016

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