Agopuntura: funziona se ci credi?

Ci siamo imbattuti in una ricerca piuttosto interessante sul potere del background culturale e delle convinzioni nel processo di cura.

Agopuntura nel trattamento della xerostomia

Si tratta di uno studio sull’efficacia dell’agopuntura nel miglioramento della xerostomia (secchezza del cavo orale causato dalla mancanza di saliva) come effetto collaterale delle cure oncologiche (radioterapia). Infatti alcuni studi precedenti avevano dimostrato che i pazienti con xerostomia che venivano stimolati con metodologie similari all’agopuntura avevano mostrato risposte leggermente migliori e meno effetti collaterali rispetto a pazienti trattati con pilocarpina orale. Questo risultato ha quindi costituito la base di uno studio successivo dove è stata utilizzata direttamente l’agopuntura come metodo di trattamento.

La cosa molto curiosa dello studio in questione è stata la… differenza geografica!

Uno studio infatti è stato fatto in un centro negli Stati Uniti e un altro in Cina, utilizzando le stesse metodologie di trattamento e confronto: divisione in tre gruppi; uno trattato con agopuntura vera, uno con agopuntura fittizia e uno con procedura farmacologica standard.

I risultati hanno mostrato come il trattamento di agopuntura, sia vera che finta, avessero migliori risultati rispetto alla procedura standard. Ma il fatto strano è che non si vedeva una significativa differenza tra i risultati delle due tipologie di agopuntura!

Stati Uniti e Cina agli opposti!

Ma se questa situazione di semi uguaglianza è abbastanza normale negli studi sull’agopuntura (e si risolve normalmente aumentando il numero dei casi studio), la scoperta significativa è stata la netta differenza di risultati tra Stati Uniti e Cina.

Infatti, tra i pazienti statunitensi, solo il gruppo di agopuntura fittizia ha mostrato un punteggio significativamente migliore rispetto al trattamento standard, mentre non c’erano differenze sostanziali tra il gruppo con agopuntura vera e quello standard.

Al contrario, tra i pazienti cinesi, l’agopuntura vera ha mostrato significativi miglioramenti rispetto agli altri due (che avevano risultati molto simili tra loro).

In altre parole, la popolazione dello studio cinese ha mostrato chiaramente un risultato che confermava le ipotesi, mentre la popolazione americana sembrava essere più suscettibile al trattamento fittizio.

E questo risultato è derivato da una opposta tendenza di aspettative durante il trattamento: nei cinesi è progressivamente diminuita la fiducia nel trattamento finto e negli americani è avvenuto il contrario.

C’è da sottolineare come in Cina, la maggior parte dei pazienti sia ben consapevole che senza la sensazione del de qi (sensazione del Qi che arriva nel punto di agopuntura), il trattamento di agopuntura non funziona. Inoltre il servizio di agopuntura ha un prezzo molto basso ed è ampiamente disponibile nella maggior parte dei centri sanitari e degli ospedali in Cina. Pertanto, gli agopuntori cinesi devono essere molto abili per ottenere rapidamente sensazioni di de qi di lunga durata; in caso contrario, i pazienti possono passare ad altri agopuntori.

L’autore dello studio ipotizza anche che, i medici cinesi si possano essere sentiti più irritati nel dover utilizzare un metodo fittizio, e abbiano trasmesso questa sensazione anche ai loro pazienti.

Negli Stati Uniti invece, essendoci meno familiarità con l’agopuntura, vi erano meno “certezze” da parte dei pazienti sul cosa dovessero sentire per sapere che tutto funzionava.

Il paradosso di efficacia e l’importanza del background

I risultati insomma hanno dimostrato quello che possiamo chiamare “paradosso di efficacia“, dove sia una terapia vera che una finta hanno dimostrato di funzionare meglio della terapia standard.

Ne consegue quindi, come è stato verificato anche in altri studi sul dolore cronico, che la personalità dei singoli professionisti (non il comportamento empatico) e le convinzioni del paziente sulla veridicità del trattamento hanno effetti significativi sugli esiti dello stesso.

C’è da sottolineare poi che, oltre ai fattori peculiari che dipendono dal medico e dal paziente, ci sono anche fattori legati ad un contesto culturale più ampio, con i suoi propri ‘rituali terapeutici’ che giocano un ruolo cruciale nel risultato finale. A sostegno di ciò, recenti ricerche hanno dimostrato che il “rituale” produce nel cervello dei cambiamenti biochimici e cellulari simili a quelli indotti dalla droga.

E’ quindi necessario, in un processo di cura, tenere sempre di più conto del background culturale dei pazienti e del loro contesto sociale, per poter attuare il trattamento più giusto.

A volte verrebbe da chiedersi se sia la medicina a curare o la potenza della mente.

Molte interessanti ipotesi in questo campo…solo l’esperienza ce lo dirà.

Per lo studio originale clicca qui

 

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