Il panorama riguardante il trattamento dei postumi a lungo termine dell’infezione da SARS-CoV-2, il cosiddetto Long Covid, è stato oggetto di vari studi nell’ultimo periodo.
Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Long Covid è una condizione presentata da soggetti con una storia di infezione da SARS-CoV-2, presunta o confermata, in genere tre mesi dopo l’esordio della malattia, con sintomatologia che non può essere spiegata da altra diagnosi e che permane per almeno due mesi. I sintomi più comuni comprendono stanchezza cronica, difficoltà respiratorie e disfunzioni cognitive.
Quando si trattano questi argomenti, si pensa immediatamente all’utilizzo del Ginseng.
Tuttavia non esistono studi che collegano direttamente Long Covid e Ginseng,ma ne esistono per altre infezioni virali che lasciano strascichi di lungo periodo e che gli anglofoni indicano come “fatigue” ovvero stanchezza cronica. Secondo molti autori il Long Covid non è altro che una forma di stanchezza cronica, e sugli effetti di ginseng nella stanchezza cronica abbiamo qualche dato clinico.
Le sintomatologie della stanchezza cronica non si rifanno a parametri fisici misurabili in termini numerici come invece una pressione arteriosa, una temperatura corporea o una glicemia, di conseguenza è necessario ricorrere alle valutazioni soggettive dei pazienti, cioè chiedere loro: quanto ti senti stanco? quanto male hai dormito? quanto ti senti disorientato? E poi quantificare, cioè trasformare in numeri le loro risposte.
La metodica più semplice a questo scopo è quella delle Scale Analogiche Visive: si tratta di un semplice segmento graduato con intervalli da 0 a 10, sul quale il soggetto pone un tratto ad indicare l’intensità del sintomo considerato. Una valutazione più precisa, ma di attuazione più impegnativa, può essere ottenuta con le Scale di Valutazione Numerica (Numeric Rating Scale, NRS): questionari con 11 domande standard che chiedono risposte da 1 a 10 su stanchezza fisica e mentale.
Il ginseng
Di ginseng ce n’è più d’uno. Il più noto è Panax ginseng, il ginseng coreano che cresce in alta montagna in Asia orientale; si tratta di una pianta appartenente alla famiglia delle Araliaceae, relativamente rara allo stato spontaneo e dalla crescita molto lenta.
La medicina tradizionale orientale utilizza le radici di piante di vent’anni o più di età, dalla caratteristica forma “a uomo” che ha un grande significato simbolico per la medicina orientale. La grande richiesta del mercato e la difficoltà di approvvigionamento della droga spontanea hanno favorito l’impianto di coltivazioni che forniscono oggi la maggior parte del prodotto, anche se le radici raccolte dopo al massimo cinque o sei anni dall’impianto non hanno ancora la struttura “a uomo”.
Prima che venissero introdotte le coltivazioni, per soddisfare la sempre crescente richiesta si cercarono altre fonti di ginseng, tra le quali possiamo ricordare Panax notoginseng, il ginseng cinese, ma la specie più importante è senz’altro Panax quinquefolius, il ginseng americano che cresce nelle aree boscose di Canada e Stati uniti orientali.
Studi clinici
Gli studi clinici sull’effetto dei vari ginseng nella stanchezza cronica non sono più di una decina, il primo dei quali è del 2013.
Si tratta di uno studio coreano, condotto su 90 pazienti affetti da stanchezza cronica idiopatica, un terzo dei quali è stato trattato per 4 settimane con un grammo di estratto standardizzato di P. ginseng, un altro terzo con la dose doppia mentre gli altri hanno funto da controllo ed hanno assunto un placebo.
I risultati danno, nella valutazione con la scala analogico-visiva, una riduzione di circa il 25% del punteggio sia per entrambe le dosi di ginseng sia per il placebo, riduzione che quindi non va attribuita all’effetto del ginseng ma piuttosto ad un effetto placebo. La più precisa valutazione con la scala numerica non mostra effetti sulla componente fisica della patologia in nessuno dei tre gruppi mentre rileva una riduzione di circa il 30% del punteggio sulla componente psichica per le due dosi di ginseng e nessun effetto da parte del placebo. La valutazione dei dati ematochimici risulta invece in un netto calo di tutti i parametri legati all’ossidazione. Gli autori concludono, che dai loro dati si ricava che P. ginseng può essere utilizzato per combattere la stanchezza cronica e che il meccanismo soggiacente a questo effetto sia legato alle proprietà antiossidanti del ginseng.
Una rassegna di pochi anni fa ha individuato 10 studi clinici relativi all’efficacia del ginseng nel contrastare la stanchezza cronica conseguente a varie patologie, dal cancro alla sclerosi all’AIDS sei di questi hanno utilizzato il ginseng coreano e gli altri 4 il ginseng americano.
Gli autori della rassegna concludono che al momento tanto il ginseng coreano quanto quello americano hanno delle potenzialità nel trattamento della stanchezza cronica, tuttavia prima che essi divengano un’opzione praticabile per un trattamento standard di questa patologia saranno necessari studi clinici più approfonditi e di migliore qualità metodologica.
Una rassegna del 2021 che analizza una dozzina di studi clinici e un certo numero di studi sull’animale non giunge a risultati molto diversi. .
Possiamo così concludere che il ginseng presenta aspetti promettenti per il trattamento della stanchezza cronica conseguente a varie patologie, compreso il Long Covid. Affinché queste promesse si concretizzino sarà però necessario molto studio per definire parametri essenziali : posologia, tipo di estratto e qualità dei prodotti.
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